Ho da poco finito di leggere un interessante, forse per alcuni noiosissimo, libro dal titolo "La rivoluzione dei dettagli. Manuale di ecoazioni individuali e collettive." scritto da Marinella Correggia, che mi ha dato ulteriori spunti su un tema che mi sta appassionando da un po di tempo ovvero la decrescita e gli stili di vita equi ed ecologici. Una sorta di ritorno alla vita di un tempo, non certo povera ma, attenta alle conseguenze di ogni azione che compiamo e volta al raggiungimento della felicità per il tramite del rispetto ed il contatto con la natura ed il proprio organismo. Insomma una purificazione da tutte le tossine che la nostra società tenta o ha già depositato fuori e dentro di noi (non solo in senso fisico ovviamente).
Mi piacerebbe che in ogni comunità si cominciassero ad affrontare certi problemi, un pò come staq facendo il comune di Venezia, con iniziative come Cambieresti? di qualche anno fa o "A tutto GAS" attualmente in corso.
Trascrivo la recensione di quarta di copertina del libro:
"Sta nei dettagli la differenza tra il dire e il fare. Essi sono indispensabili per tradurre nel concreto principi come "salvare il pianeta" o "costruire un'umanità migliore". Prima però bisogna far sorgere una nuova cultura e radicare innovative abitudini individuali e collettive.
Questo manuale trae ispirazione da un'osservazione attenta degli stili di vita e delle loro paralizzanti contraddizioni, e propone migliaia di azioni improntate a sce3lte di carattere equo ed ecologico. Lo fa individuando un doppio piano di azione: la quotidianità individuale e quella collettiva.
Dal lungo elenco di piccole e grandi rivoluzioni che questo manuale suggerisce, ognuno potrà prendere quel che sente più vicino alla propria sensibilità. In ogni caso, contribuirà a migliorare la situazione del pianeta, oltre che la vita di noi tutti. Perchè in fondo ilsegreto sta nell'adottare comportamenti più equi e responsabili, modificando finalmente annose consuetudini."
sabato 31 maggio 2008
Satira Preventiva di Michele Serra da L'Espresso
Vogliamo i nazisti di quartiere
L'Italia tratta i nomadi come rifiuti. Il Commissario straordinario per lo smaltimento dei rom sta esaminando tutte le possibili soluzioni...
Sgomento in tutta Italia per le immagini dei cumuli di nomadi ai quali la popolazione esasperata ha dato fuoco: trasmesse dai telegiornali esteri potrebbero danneggiare il turismo. Il Commissario straordinario per lo smaltimento dei rom sta esaminando tutte le possibili soluzioni della grave emergenza. Le autorità invitano alla calma: le tecniche di smaltimento esistono, bisogna solo stabilire quali sono le più efficaci.
Pogrom
Il pogrom popolare, nonostante sia una pratica dalle radici millenarie, è una tecnica piuttosto rudimentale, dai risultati approssimativi. Il suo pregio fondamentale è che si fonda sul volontariato, coinvolgendo tutti i gruppi sociali del quartiere: giovinastri violenti, megere scarmigliate, piccoli criminali a riposo, commercianti con la bava alla bocca. Ma l'incendio e il saccheggio lasciano disordine e scompiglio, nelle giornate ventose i lapilli possono incendiare la permanente delle madri di famiglia che inveiscono ai margini del pogrom, la poltiglia di fango e fuliggine può rovinare irrimediabilmente le scarpe firmate della gioventù entusiasta che devasta le baraccopoli.
Il nazista di quartiere
L'introduzione del nazista di quartiere avrebbe il merito di rendere più familiare la figura del pulitore etnico, dissolvendo la cattiva fama che circonda un mestiere così duro e ingrato. Una birretta al bar, un salto dalla sartina dell'angolo per farsi ricucire sulla camicia bruna il simbolo delle Esse Esse, la rapatura a zero ritoccata ogni mattina dal barbiere, il passo dell'oca simpaticamente esibito nei rondò durante l'ora di punta, ed ecco che il nazista di quartiere diventa l'amico, il confidente, la figura di riferimento. Il rastrellamento settimanale, per snidare casa per casa eventuali clandestini, diventa in breve una festosa occasione di coesione sociale per tutto il quartiere, che accompagna il suo nazista durante la ronda e lo applaude in occasione degli interventi più spettacolari, dalla manganellata al bambino questuante alla deportazione, sulla sua Golf piombata, di cartomanti moleste e vecchie sdentate.
Riciclaggio
Perché distruggere i rom, affrontando costi troppo alti (stoccaggio in discarica, treni speciali per la Germania, ripristino di lager con relativo personale, eccetera) quando li si potrebbe tranquillamente riciclare? Il metodo è semplice ed efficace, prevede tre fasi affidate a tre professionisti: un neurochirurgo, uno stilista e un tutor. Prima fase: il neurochirurgo sottopone il rom o la rom a lobotomia, trasformandolo in un automa privo di memoria e di volontà propria, dunque già idoneo al reinserimento nella società italiana. Seconda fase: a gruppi, i rom operati vengono affidati a uno stilista, che li veste, anche se vecchissimi o bambini piccoli, secondo i canoni socialmente accettati, da calciatore o da Fabrizio Corona (per le femmine: da sciampista o da Michela Brambilla). Della precedente versione del rom si conservano solo i tatuaggi, molto trendy. Terza fase: un tutor reintroduce il rom nel normale ciclo sociale portandolo nei locali di corso Como a Milano a sniffare cocaina, oppure nei quartieri Spagnoli di Napoli come apprendista di camorra, o ancora tra gli ultras di calcio delle principali città. Figure sociali tradizionali che possono tranquillamente coesistere con il tranquillo ordinamento delle nostre comunità.
Musei
Un ristretto numero di nomadi, vivi o impagliati, verrà esposto nei principali musei etnologici nelle raffigurazioni più caratteristiche: zingaro col violino, zingara che legge la mano, zingaro carcerato, zingara che lo va a trovare in carcere.
Soluzione finale
Già sperimentata in passato da specialisti del Nord Europa, la soluzione finale ha una forte controindicazione: alla lunga, provoca l'intervento degli eserciti stranieri, fastidiosi strascichi legali come il processo di Norimberga, Giorni della Memoria e altre seccature congeneri.
(23 maggio 2008)
Vogliamo i nazisti di quartiere
L'Italia tratta i nomadi come rifiuti. Il Commissario straordinario per lo smaltimento dei rom sta esaminando tutte le possibili soluzioni...
Sgomento in tutta Italia per le immagini dei cumuli di nomadi ai quali la popolazione esasperata ha dato fuoco: trasmesse dai telegiornali esteri potrebbero danneggiare il turismo. Il Commissario straordinario per lo smaltimento dei rom sta esaminando tutte le possibili soluzioni della grave emergenza. Le autorità invitano alla calma: le tecniche di smaltimento esistono, bisogna solo stabilire quali sono le più efficaci.
Pogrom
Il pogrom popolare, nonostante sia una pratica dalle radici millenarie, è una tecnica piuttosto rudimentale, dai risultati approssimativi. Il suo pregio fondamentale è che si fonda sul volontariato, coinvolgendo tutti i gruppi sociali del quartiere: giovinastri violenti, megere scarmigliate, piccoli criminali a riposo, commercianti con la bava alla bocca. Ma l'incendio e il saccheggio lasciano disordine e scompiglio, nelle giornate ventose i lapilli possono incendiare la permanente delle madri di famiglia che inveiscono ai margini del pogrom, la poltiglia di fango e fuliggine può rovinare irrimediabilmente le scarpe firmate della gioventù entusiasta che devasta le baraccopoli.
Il nazista di quartiere
L'introduzione del nazista di quartiere avrebbe il merito di rendere più familiare la figura del pulitore etnico, dissolvendo la cattiva fama che circonda un mestiere così duro e ingrato. Una birretta al bar, un salto dalla sartina dell'angolo per farsi ricucire sulla camicia bruna il simbolo delle Esse Esse, la rapatura a zero ritoccata ogni mattina dal barbiere, il passo dell'oca simpaticamente esibito nei rondò durante l'ora di punta, ed ecco che il nazista di quartiere diventa l'amico, il confidente, la figura di riferimento. Il rastrellamento settimanale, per snidare casa per casa eventuali clandestini, diventa in breve una festosa occasione di coesione sociale per tutto il quartiere, che accompagna il suo nazista durante la ronda e lo applaude in occasione degli interventi più spettacolari, dalla manganellata al bambino questuante alla deportazione, sulla sua Golf piombata, di cartomanti moleste e vecchie sdentate.
Riciclaggio
Perché distruggere i rom, affrontando costi troppo alti (stoccaggio in discarica, treni speciali per la Germania, ripristino di lager con relativo personale, eccetera) quando li si potrebbe tranquillamente riciclare? Il metodo è semplice ed efficace, prevede tre fasi affidate a tre professionisti: un neurochirurgo, uno stilista e un tutor. Prima fase: il neurochirurgo sottopone il rom o la rom a lobotomia, trasformandolo in un automa privo di memoria e di volontà propria, dunque già idoneo al reinserimento nella società italiana. Seconda fase: a gruppi, i rom operati vengono affidati a uno stilista, che li veste, anche se vecchissimi o bambini piccoli, secondo i canoni socialmente accettati, da calciatore o da Fabrizio Corona (per le femmine: da sciampista o da Michela Brambilla). Della precedente versione del rom si conservano solo i tatuaggi, molto trendy. Terza fase: un tutor reintroduce il rom nel normale ciclo sociale portandolo nei locali di corso Como a Milano a sniffare cocaina, oppure nei quartieri Spagnoli di Napoli come apprendista di camorra, o ancora tra gli ultras di calcio delle principali città. Figure sociali tradizionali che possono tranquillamente coesistere con il tranquillo ordinamento delle nostre comunità.
Musei
Un ristretto numero di nomadi, vivi o impagliati, verrà esposto nei principali musei etnologici nelle raffigurazioni più caratteristiche: zingaro col violino, zingara che legge la mano, zingaro carcerato, zingara che lo va a trovare in carcere.
Soluzione finale
Già sperimentata in passato da specialisti del Nord Europa, la soluzione finale ha una forte controindicazione: alla lunga, provoca l'intervento degli eserciti stranieri, fastidiosi strascichi legali come il processo di Norimberga, Giorni della Memoria e altre seccature congeneri.
(23 maggio 2008)
lunedì 19 maggio 2008
LaStampa.it: hai ricevuto un invito alla lettura da francesco
Riporto volentieri questo articolo apparso sull'edizione di ieri de La Stampa.
Riflettete Gente......
Gomorra visto dal Nord: largo alle ronde anti-camorra
Antonio Scurati
Perché Umberto Bossi non ha mai minacciato di rivolgere i suoi fantomatici fucili leghisti contro i Kalashnikov della camorra? Perché sempre contro «Roma ladrona», contro la sinistra statalista? Contro la «canaglia immigrata» e mai contro le organizzazioni criminali autoctone che affliggono l’Italia? La domanda mi assilla per buona parte della visione di Gomorra. L’interrogativo rimbalza come un’eco cavernosa in un’enorme sala quasi completamente vuota. E’ sabato pomeriggio di un fine settimana piovoso eppure saremo al massimo trenta o quaranta a vedere il superbo film che Matteo Garrone ha tratto dal libro di Roberto Saviano. Le altre mille poltroncine rosse sono rimaste vacanti. La passione civile per la piaga camorristica pare essersi arrestata al di sotto della Linea Gotica. La gente dell’hinterland milanese sembra accendersi per altro, per l’Inter che si gioca il campionato, per il federalismo fiscale o per i campi nomadi da sgomberare. Oggi il film verrà proiettato in concorso al festival di Cannes, preceduto dall’aura del capolavoro, ma io lo vedo in un multiplex alla periferia Nord di Milano - zona Bicocca -, diciotto sale inglobate in un mastodontico centro commerciale dove trascorre il suo intero weekend il nuovo proletariato suburbano, i figli adolescenti di ciò che un tempo furono le borgate, gli uomini e le donne di ciò che un tempo fu la classe operaia e le non-persone della nuova massiccia immigrazione. Proprio di fronte allo shopping center, a fare memoria, sorge la torre delle scomparse acciaierie Breda. Muta, solitaria, inconsolabile, più che rammentargliela, sembra voler rinfacciare all’edificio simbolo del nuovo proletariato la storia cancellata di quello vecchio. Siamo nei giorni in cui il risentimento del Nord, dopo aver covato sordo per anni, dopo essersi fatto forza di protesta sociale implosiva, dopo esser giunto a conquistare il palazzo di un troppo lungo inverno della politica, arriva infine a esplodere in forme aperte di intolleranza sociale. Mentre mi scorrono davanti agli occhi queste immagini di assoluta maestria formale - ogni inquadratura un dipinto, ogni angolo di ripresa un inappellabile giudizio sul mondo - nella mente mi riecheggiano i proclami con i quali si plaude agli assalti ai campi nomadi. Com’è possibile, mi chiedo, che i nuovi leader dei ceti popolari settentrionali chiamino allo stesso tipo di aggressione compiuta nei giorni scorsi nel Napoletano dai camorristi (con i quali, è bene sottolinearlo, non hanno niente a che fare sul piano sociale, culturale, antropologico)? Com’è possibile che genti tanto diverse si trovino sulla stessa linea d’azione? Non dovrebbero stare uno contro l’altro, muoversi guerra? «Finalmente! Era ora!». Questo l’unico commento che uno degli spettatori a me vicini si lascia sfuggire quando, dopo quasi due ore di proiezione, per la prima volta si vede la polizia intervenire tra le «vele» di Scampia, la più grande centrale di spaccio d’Europa. E, allora, perché non organizzare ronde anti-camorra? Il comprensibile risentimento del Nord, della mia gente impaurita, sradicata, operosa, se proprio deve trovare un canale di sfogo, un nemico altro da sé, perché non lo trova nelle varie piovre che allungano i loro tentacoli a soffocare l’intero Paese? Sarà forse perché, come mostra il film, anche un certo Nord ha lucrato sul degrado di un certo Sud? No. E’ una risposta emotiva, troppo parzialmente vera per essere convincente. La stragrande maggioranza degli elettori leghisti o forzisti del Nord non hanno nessuna connivenza con quei sistemi criminali. Una prima risposta la trovo uscendo dalla sala: la risposta è il centro commerciale. Chi vive in queste cattedrali sorrette dall’aria condizionata, nelle quali ogni gerarchia, ogni ordine, ogni ipotesi di senso è sostituita dall’accumulo di merci, ogni identità dalla proliferazione di marchi, ogni materialità dal profluvio di immagini, chi vive qui non sa più misurarsi con la sovranità agita, con la drastica decisione politica. I leghisti tutto sommato sono gente mite, la loro aggressività è teatro mediatico. In questo microcosmo commerciale dove le merci si cumulano proprio come le scorie si cumulano nelle discariche abusive mostrateci dal film, in questo junkspace impolitico la facoltà critica di muovere guerra al proprio vero nemico è rimossa in nome del comfort e del piacere. Nessuna guerra alla camorra proverrà mai da qui. Il Paese è spaccato tra chi la violenza la compie o la subisce e chi la sta a guardare sullo schermo. Ed è a causa di questa inerzia antropologica nei confronti della sopraffazione che l’Italia è spaccata, non tra destra e sinistra, non tra Nord e Sud, non tra italiani e immigrati, ma tra Paese legale e Paese criminale, tra chi infligge la crudeltà e chi la patisce. Una faglia sismica che spacca in profondità la terra sotto i nostri piedi lungo una linea dai bordi incerti e frastagliati ma comunque intrisi di sangue. Grazie alla sua impagabile capacità di de-epicizzare la violenza criminale, Gomorra di Matteo Garrone potrebbe essere per la mia generazione ciò che Roma città aperta fu per quella dell’immediato dopoguerra. Temo purtroppo che non lo sarà: questo nostro Paese dilaniato non sembra più pronto a combattere la sua guerra contro il suo vero nemico. Lo scrivemmo quando Roberto Saviano venne messo sotto scorta e lo riscriviamo ora: finché l’Italia non avrà combattuto e vinto i poteri criminali rimarrà una democrazia incompiuta.
Riflettete Gente......
Gomorra visto dal Nord: largo alle ronde anti-camorra
Antonio Scurati
Perché Umberto Bossi non ha mai minacciato di rivolgere i suoi fantomatici fucili leghisti contro i Kalashnikov della camorra? Perché sempre contro «Roma ladrona», contro la sinistra statalista? Contro la «canaglia immigrata» e mai contro le organizzazioni criminali autoctone che affliggono l’Italia? La domanda mi assilla per buona parte della visione di Gomorra. L’interrogativo rimbalza come un’eco cavernosa in un’enorme sala quasi completamente vuota. E’ sabato pomeriggio di un fine settimana piovoso eppure saremo al massimo trenta o quaranta a vedere il superbo film che Matteo Garrone ha tratto dal libro di Roberto Saviano. Le altre mille poltroncine rosse sono rimaste vacanti. La passione civile per la piaga camorristica pare essersi arrestata al di sotto della Linea Gotica. La gente dell’hinterland milanese sembra accendersi per altro, per l’Inter che si gioca il campionato, per il federalismo fiscale o per i campi nomadi da sgomberare. Oggi il film verrà proiettato in concorso al festival di Cannes, preceduto dall’aura del capolavoro, ma io lo vedo in un multiplex alla periferia Nord di Milano - zona Bicocca -, diciotto sale inglobate in un mastodontico centro commerciale dove trascorre il suo intero weekend il nuovo proletariato suburbano, i figli adolescenti di ciò che un tempo furono le borgate, gli uomini e le donne di ciò che un tempo fu la classe operaia e le non-persone della nuova massiccia immigrazione. Proprio di fronte allo shopping center, a fare memoria, sorge la torre delle scomparse acciaierie Breda. Muta, solitaria, inconsolabile, più che rammentargliela, sembra voler rinfacciare all’edificio simbolo del nuovo proletariato la storia cancellata di quello vecchio. Siamo nei giorni in cui il risentimento del Nord, dopo aver covato sordo per anni, dopo essersi fatto forza di protesta sociale implosiva, dopo esser giunto a conquistare il palazzo di un troppo lungo inverno della politica, arriva infine a esplodere in forme aperte di intolleranza sociale. Mentre mi scorrono davanti agli occhi queste immagini di assoluta maestria formale - ogni inquadratura un dipinto, ogni angolo di ripresa un inappellabile giudizio sul mondo - nella mente mi riecheggiano i proclami con i quali si plaude agli assalti ai campi nomadi. Com’è possibile, mi chiedo, che i nuovi leader dei ceti popolari settentrionali chiamino allo stesso tipo di aggressione compiuta nei giorni scorsi nel Napoletano dai camorristi (con i quali, è bene sottolinearlo, non hanno niente a che fare sul piano sociale, culturale, antropologico)? Com’è possibile che genti tanto diverse si trovino sulla stessa linea d’azione? Non dovrebbero stare uno contro l’altro, muoversi guerra? «Finalmente! Era ora!». Questo l’unico commento che uno degli spettatori a me vicini si lascia sfuggire quando, dopo quasi due ore di proiezione, per la prima volta si vede la polizia intervenire tra le «vele» di Scampia, la più grande centrale di spaccio d’Europa. E, allora, perché non organizzare ronde anti-camorra? Il comprensibile risentimento del Nord, della mia gente impaurita, sradicata, operosa, se proprio deve trovare un canale di sfogo, un nemico altro da sé, perché non lo trova nelle varie piovre che allungano i loro tentacoli a soffocare l’intero Paese? Sarà forse perché, come mostra il film, anche un certo Nord ha lucrato sul degrado di un certo Sud? No. E’ una risposta emotiva, troppo parzialmente vera per essere convincente. La stragrande maggioranza degli elettori leghisti o forzisti del Nord non hanno nessuna connivenza con quei sistemi criminali. Una prima risposta la trovo uscendo dalla sala: la risposta è il centro commerciale. Chi vive in queste cattedrali sorrette dall’aria condizionata, nelle quali ogni gerarchia, ogni ordine, ogni ipotesi di senso è sostituita dall’accumulo di merci, ogni identità dalla proliferazione di marchi, ogni materialità dal profluvio di immagini, chi vive qui non sa più misurarsi con la sovranità agita, con la drastica decisione politica. I leghisti tutto sommato sono gente mite, la loro aggressività è teatro mediatico. In questo microcosmo commerciale dove le merci si cumulano proprio come le scorie si cumulano nelle discariche abusive mostrateci dal film, in questo junkspace impolitico la facoltà critica di muovere guerra al proprio vero nemico è rimossa in nome del comfort e del piacere. Nessuna guerra alla camorra proverrà mai da qui. Il Paese è spaccato tra chi la violenza la compie o la subisce e chi la sta a guardare sullo schermo. Ed è a causa di questa inerzia antropologica nei confronti della sopraffazione che l’Italia è spaccata, non tra destra e sinistra, non tra Nord e Sud, non tra italiani e immigrati, ma tra Paese legale e Paese criminale, tra chi infligge la crudeltà e chi la patisce. Una faglia sismica che spacca in profondità la terra sotto i nostri piedi lungo una linea dai bordi incerti e frastagliati ma comunque intrisi di sangue. Grazie alla sua impagabile capacità di de-epicizzare la violenza criminale, Gomorra di Matteo Garrone potrebbe essere per la mia generazione ciò che Roma città aperta fu per quella dell’immediato dopoguerra. Temo purtroppo che non lo sarà: questo nostro Paese dilaniato non sembra più pronto a combattere la sua guerra contro il suo vero nemico. Lo scrivemmo quando Roberto Saviano venne messo sotto scorta e lo riscriviamo ora: finché l’Italia non avrà combattuto e vinto i poteri criminali rimarrà una democrazia incompiuta.
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