venerdì 1 agosto 2008

Leggere

Sin da ragazzino mi è cara una frase della Yourcenar tratta dall'opera Memorie di Adriano:"Fondare biblioteche è un po' come costruire ancora granai pubblici: ammassare riserve contro l'inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire".
Anno dopo anno mi ha accompagnato nelle mie letture, stampato su un segnalibro che ho ancora conservato in un libro di Pirandello.
Ogni volta che leggo quella frase mi rendo conto del deserto spirituale che anno dopo anno investe l'Italia!
Purtroppo la mia terra, la Puglia, è investita in maniera particolare da questo fenomeno, come tutto il sud daltronde, e questo mi procura una sofferenza particolare ogni volta che ci torno.
Ultimamente ho avuto modo di tornare nella mia terra in treno, di giorno, la sofferenza e la tristezza sono state immani; vedere una terra ricca e produttivissima potenzialmente una California d'Italia, ridotta a regione tra le più arretrate e povere. Gli amministratori che conquistano posti nel governo nazionale (vedasi Fitto) per il solo merito di aver affossato la propria terra in un'arretratezza funzionale ed amministrativa oltre che economica, ed averla relegata, forse definitivamente, ad una sudditanza rispetto ad aiuti statali e ad imprese straniere o comunque avulse dal territorio e dalla cultura del luogo. Gente che si bea nel degrado delle speculazioni edilizie, nelle discariche abusive, ovvero si lamenta senza alzare un dito per fare qualcosa.
Cosa fare, se non cercare di innalzare il livello culturale di un'Italia splendida ma ignorante per contrastare degrado, razzismo maleducazione?
Forse sono troppo lagnoso ma la situazione ultimamente mi sembra tanto degradata, sarà che leggo troppo!!! e non vedo più tv?!
Di seguito allego un bell'articolo apparso ieri sulla Gazzetta del Mezzogiorno, che analizza bene questo fenomeno, con uno sguardo particolare per il Sud.
Mi scuso con chi mi legge e non è del sud, ma fra poco arriva il tempo delle vacanze e la nostalgia si fa sentire, insieme alla rabbia ovviamente.


Si legge poco ma libro vuol dire libertà
di Gino Dato

Leggono o non leggono? E perché non leggono? O leggono poco? Gli interrogativi li hanno riaperti gli ultimi dati sul mercato dell'editoria: nel 2006 era stato il 44,1% degli italiani con più di sei anni a leggere un libro in un anno; nel 2007 la percentuale è scesa al 43,1%, facendo registrare la prima frenata dal 1999. In coda, le regioni meridionali, ultima proprio la Puglia, che pure aveva espresso negli ultimi anni una sorta di Rinascimento editoriale. Queste cifre, sciorinate da una ricerca Iard commissionata dall'Aie, in vista degli Stati generali dell'editoria dei primi di ottobre, ripropongono alcune ipotesi sulle ragioni della non-lettura nel nostro paese e sulle strategie e strumenti utili per vincere lo «zoccolo duro». A rendere più paludosa la discussione sono intervenute le frustranti considerazioni sugli investimenti di risorse economiche e personali, di mezzi e uomini, che hanno contraddistinto nel campo editoriale una lunga stagione di intenzioni virtuose e di sinergie tra operatori culturali, editori, autori, addetti ai lavori, investitori pubblici, amministratori. Insomma, nonostante il nuovo canale del commercio in Internet, le fiere e i festival, le mille promozioni praticate nelle piazze, nei salotti e nelle masserie, portando il libro sulle spiagge e in montagna (valga per tutti l'esempio della Puglia), gli sforzi profusi per instillare il virus della lettura non avrebbero cambiato i numeri. Anzi, ne uscirebbe suggellato il primato di una civiltà sempre più incollata alla fruizione dell'immagine, all'ascolto dei messaggi che si bruciano in un attimo, ormai disavvezza all'occhio che fruga e alla mano che palpeggia il materico di una pagina.
Il bollettino della sconfitta è venuto proprio mentre volge al culmine la stagione che, per sua natura, dovrebbe offrire, distesi su un'amaca o stravaccati in poltrona, la quiete e l'atmosfera più idonee a leggere, a vagare nei mondi infiniti che un libro può aprire, salvandoci dalla solitudine e dall'impazzimento del reale. L'estate però prelude – aggiungiamo – a quello che, ogni anno, con l'apertura delle scuole, è il settembre nero del libro, impopolare per la crescita costante dei prezzi di copertina. Ma prestiamo ascolto ancora al borbottìo delle cifre: a leggere un libro al mese sono stati solo 3,4 milioni di italiani - il 13,3% del totale -, mentre il 46,2% dei lettori non supera i tre libri l'anno. E mortifica la ripartizione geografica: se al Nord il 51,4% della popolazione legge, al Sud la percentuale cala al 31,6%, con punte del 55% del Trentino Alto Adige o il 53,3% della Lombardia e, all'altro estremo, del 29, 1 per la Calabria e del 28,9 per la Puglia. E se non sono queste – anche – le due Italia, quali dovrebbero essere gli indicatori più eloquenti del gap? Le risposte alla crisi del libro potrebbero essere molteplici. La prima, la più semplice, guarda agli assetti negli stili di vita e nella capacità di spesa. Non si possono attendere – dicono alcuni - effetti immediati dagli investimenti in cultura, bisogna lasciar trascorrere degli anni per raccogliere i frutti. A fare attrito interviene, inoltre, il deterioramento dei consumi che ha indotto molti italiani a marginalizzare proprio quelli culturali in generale e, tra questi, i libri, che appaiano la merce meno "comunicativa", non utili quanto una scheda telefonica o un cd. Non ci soddisfa la risposta. Così, compulsando più attentamente le cifre, scopriamo che le fasce infantili e giovanili risultano composte da lettori complessivamente più forti rispetto alla media nazionale, malgrado la maggiore diffusione e utilizzo di Internet e telefonia mobile: leggono il 59,5% dei bambini tra gli 11 e i 14 anni; il 56,6% dei giovani tra i 15 e i 17 anni mentre il 54,1% dei ragazzi tra i 18 e i 19 si dichiara lettore di libri non scolastici. (Cifre meno esaltanti di quelle delle fasce giovanili di altri Paesi europei: al nostro 53,8%, corrisponde il 66% della Francia o il 72,3% della Spagna.)
Sorge allora il dubbio: e se le politiche fino ad oggi praticate hanno fallito proprio perché hanno finito per far lievitare solo il mercato dei già lettori, senza andare alla ricerca appunto dell'universo sconosciuto dei non-lettori? E se queste reti hanno rafforzato solo l'autoreferenzialità aristocratica di chi già vive nel mondo dei libri? E se allora, per allargare il mercato, diventasse necessario muoversi in forze proprio su nuovi target di futuri consumatori quali quelle fasce giovanili che i pubblicitari hanno già adocchiato per altri ambiti? E se, in tale luce, si dovesse far leva sulle risorse che vengono dalle prime agenzie, la famiglia e la scuola? La ricerca ci dice che, in una famiglia in cui entrambi i genitori leggono, le probabilità che i figli leggano anch'essi crescono del 2,8; e del 3,5 in una casa in cui campeggi una buona biblioteca. Vedere un genitore che legge è per un giovane come vedere il padre che ha la buona abitudine della doccia: quello scroscio quotidiano non servirà a renderlo più pulito, bensì più avvezzo a uno stile di vita sano e fresco. Il reclutamento e l'inclusione dei non lettori – perché questo è il nocciolo – devono proseguire con il rafforzamento di biblioteche e del personale ad esse destinato negli enti pubblici così come nelle scuole. E sono queste ultime, insieme alle famiglie, un altro presidio strategico per distogliere da un'abitudine alla lettura imposta e forzata dai programmi e per indurre naturalmente, invece, il piacere dell'avventura di un libro. Infine, chiediamoci: basterebbero i comportamenti virtuosi degli operatori perché vincano gli "spacciatori di libri" – come li chiama Nichi Vendola - e si diffondano i virus della lettura? Basterebbe la tensione progettuale a costruire che offrono gli "Ulisse" della nostra scena culturale: media, istituzioni, scuole, biblioteche, imprenditori, protagonisti e fruitori? Non basta in un paese che ha visto i palcoscenici superare gli stadi ma che destina alla cultura – ha chiarito l'ultimo Rapporto Federculture - 1,8 miliardi di euro annui, contro i 5 di Gran Bretagna e Spagna. Dal 2002 al 2007, i finanziamenti statali sono scesi da 0,35% a 0,29% del Pil. A compensare la scarsa generosità, gli enti locali destinano al settore il 3,4%, relegando il Sud.
No, non basta. Se non si predispone un quadro strutturale propulsivo. Se la classe dirigente non comprende che gli investimenti in beni culturali producono ricchezza e sviluppo. Non soldi. Ma, per dirla con Amartya Sen, innanzitutto libertà.31/7/2008